Salviamo il Liceo scientifico!

Settembre 26th, 2008

Affidare un ministero importante come quello dell’istruzione a persone prive di cultura può portare a proposte assurde come l’eliminazione del latino dal liceo scientifico.
Solo chi non ha idea dell’efficacia formativa del latino può immaginare che lo studio del latino al liceo scientifico sia una perdita di tempo. Un autentico scienziato come Luca Cavalli Sforza la pensa invece in modo completamente diverso:

STUDIANDO, STUDIANDO
Repubblica — 27 novembre 1993 pagina 33 sezione: CULTURA
Il futuro di una nazione dipende dalla qualità delle sue scuole. Non se ne parla molto nei giornali, ma oggi è in corso una battaglia silenziosa a proposito della scuola italiana del futuro, in cui uno dei probabili perdenti sarà il latino. Io ho fatto gli studi secondari al liceo classico perché quello scientifico, che allora era da poco iniziato, non dava ancora molto affidamento. Vi imperava il latino: per otto anni ho dovuto dedicargli anch’ io molte ore della settimana. Non l’ ho mai amato; mi sono state imposte opere letterarie noiose, di scarsa importanza artistica o storica, invece di altre molto più stimolanti. La sintassi è veramente difficile, e non sempre ben spiegata. Perciò durante quasi tutta la vita ho considerato un handicap di essere stato costretto a studiare tanto latino invece che matematica e fisica, materie su cui ho dovuto faticare più tardi quando mi sono accorto di quanto fossero importanti. Ventitré anni fa mi sono trasferito in Usa, ed ero all’ inizio entusiasta delle scuole secondarie americane. Mi piaceva il fatto che vi si insegnassero materie come economia, psicologia, sociologia, che nel nostro liceo non esistevano. Ma nel seguito ho dovuto rimangiarmi pian piano tutto l’ entusiasmo. In realtà, con l’ eccezione della storia degli Stati Uniti, quasi tutto il resto viene insegnato in modo estremamente superficiale; e ho dovuto concludere che nelle scuole secondarie americane si impara veramente troppo poco. Vi sono aspetti positivi, ma sono altri. I ragazzi americani vengono incoraggiati a discutere, e non a restare passivi ad ascoltare, o fingere di ascoltare il professore come avviene da noi, senza esprimere le proprie idee e le proprie critiche. Molto tempo viene dedicato allo sport e ad attività all’ aria aperta, specie di gruppo, che promuovono la cooperazione ed anche la competizione. In alcune scuole di élite esistono corsi speciali, “avanzati”, in cui si possono imparare bene scienze dure, e questi corsi hanno una validità sufficiente da permettere di evitare di seguire, più tardi, corsi equivalenti all’ università. I corsi veramente obbligatori sono assai pochi. In alcune scuole più ricche vi sono molte possibilità di scelta di corsi facoltativi, di solito di natura pratica (di calcolatori, meccanica di motori, elettronica, cucito, cucina e così via). Intellettualmente però la scuola secondaria americana è assai poco stimolante. Nei confronti internazionali gli studenti americani risultano tra i più arretrati specie in matematica, la materia principe per la tecnologia del futuro. Il loro quoziente intellettuale è di undici punti più basso dei giapponesi, le cui scuole primarie e secondarie sono le più impegnative del mondo, e sono rese ancor più dure dalla pressione della famiglia sugli studenti, pressione che invece è quasi assente in America. Risultato medio La scuola secondaria americana tende a dare un minimo assoluto di educazione che possa essere acquisito da chiunque, ed il risultato medio è così poco brillante che il primo, e talora anche il secondo anno di quasi qualunque università americana sono dedicati a por rimedio all’ ignoranza degli studenti. Il successo è solo parziale, ma le conoscenze specializzate acquisite all’ università americana sono, in compenso, decisamente superiori a quelle ottenute nelle nostre. Copiare in Europa e in Italia la scuola secondaria americana è quindi un assurdo. Sottrarre lo studio in profondità anche se di una sola materia come il latino, per impartire invece in modo superficiale qualche nozione di psicologia, sociologia ed economica, come viene ora proposto è una decisione priva di senso. Si può e si deve apprendere che cosa sono gli assegni, i conti correnti in banca, le società per azioni e così via, ma prima, nella scuola media dell’ obbligo. Nella scuola secondaria la scienza non deve essere di qualità deteriore; non bisogna correre il rischio di insegnare una psicologia ed una sociologia di livello paragonabile a quello dei settimanali illustrati. Molto meglio estendere lo studio della scienza dura, la fisica, accompagnata dalla necessaria quantità di matematica. Oggi si può insegnare anche la biologia come materia ricca di idee intelligenti invece che come in passato, quando era una lista di nomi di piante ed animali, di muscoli e di ossa. La scienza va insegnata come metodo per arrivare alla conoscenza, una lunga e difficile ma spesso emozionante strada alla soluzione di problemi, con una chiara visione dei dubbi e delle incertezze che restano e sempre resteranno. Naturalmente questo richiede professori in media più preparati, libri migliori di quelli esistenti, e la possibilità di fare con le proprie mani degli esperimenti semplici ma interessanti. Il calcolatore offre modi di insegnamento completamente nuovi, orizzonti straordinari. Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati sono controproducenti. Non è in queste materie che si trovano facilmente occasioni ed esempi per fare della scienza moderna e interessante, se non in certi (rari) esperimenti od osservazioni di psicologia sociale o di etologia che non sono abbastanza numerosi da costituire, da soli, una “materia” da mettere in programma. Meglio insistere soprattutto su discipline veramente ricche di applicazini di quei modelli teorici che sono alla base dei nostri ragionamenti scientifici. L’ unico vantaggio che vedo in un insegnamento a livello secondario della sociologia o della psicologia, è che possono dare esempi di applicazioni di calcolo della probabilità e di pensiero statistico, di cui vi sarebbe molto bisogno. Ma occorrerebbe un insegnamento raffinato. Un’ arte difficile Torno al latino. Mi sono reso conto, con qualche ritardo, che la mia reazione di antipatia era sbagliata, dovuta in parte all’ amarezza per il mancato insegnamento a un buon livello della matematica e della fisica. Ho avuto nel corso della mia vita anche qualche occasione di fare professionalmente uso delle conoscenze di lingua latina, ma soprattutto ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’ arte molto difficile. Con tutta la ricerca sull’ intelligenza artificiale che si fa nel mondo dell’ informatica, il problema della traduzione in calcolatore è ancora lungi dall’ essere risolto soddisfacentemente. Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’ importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gli inglesi chiamano l’ inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere. Resta poi a fare, per noi italiani, un’ altra considerazione. Anche se il fascismo ci ha reso allergici alla rettorica dell’ Impero Romano, è sempre vero che una parte importante della cultura europea è di origine latina, e noi italiani ne siamo i discendenti più diretti. La storia politica dell’ Italia post-romana non ci ha dato motivi di orgoglio nazionale, o una identità di cui essere fieri come è successo a quasi tutte le altre nazioni europee. Ma la cultura latina è stata di importanza fondamentale per una frazione notevole dell’ Europa, e per quella parte della storia culturale italiana di cui possiamo essere più orgogliosi, il Rinascimento, che ne è una filiazione diretta. Vi è abbastanza “noblesse” nella cultura latina che essa ci “oblige” a non dimenticarla. E’ bene quindi continuare lo studio della sua lingua in profondità non solo per il suo apporto intellettuale, ma anche per quello di natura emotiva. Sostituirlo con materie di nessun impegno è come togliere lo scheletro a un organismo che deve reggersi in piedi e camminare. Sono convinto che nel mondo del duemila diventeranno sempre più importanti gli orientali, non perché si riproducono molto - per fortuna stanno smettendo - ma perché sono forti lavoratori e hanno un elevato livello intellettuale, come mostrano i test di intelligenza, per quanto grossolani ed imperfetti essi siano. E non credo ciò sia dovuto a una superiorità genetica degli orientali, ma semplicemente al fatto che a differenza della maggioranza degli occidentali studiano moltissimo a scuola. Vi è poi un altro motivo che io ritengo determinante, e che è simile a quello che ho discusso per il latino: la difficilissima scrittura cinese li impegna a dedicare molto tempo e fatica per imparare migliaia di caratteri. Alcuni popoli orientali l’ hanno sostituita con alfabeti di tipo occidentale. Ma i più forti e importanti, i cinesi e i giapponesi hanno preferito persistere nel grosso investimento intellettuale necessario per imparare la scrittura tradizionale. Così possono anche continuare a tener viva una cultura ricchissima di cui sono profondamente e giustamente orgogliosi. - di LUCA CAVALLI SFORZA

Salvare la scuola superiore di Catania!

Luglio 30th, 2008

Riporto integralmente la comunicazione relativa del prof. Alberto Biuso:

Cari amici,

è piena estate ma non ci si può mai davvero rilassare…

Quest’anno ho tenuto un corso presso la Scuola Superiore di Catania (preciso: senza alcun compenso economico aggiuntivo rispetto a quello universitario). E’ stata un’esperienza impegnativa ma molto bella.

Ebbene, c’è il rischio che questa Scuola di Alta Formazione (l’unica presente in Sicilia e una delle due del Sud Italia) debba chiudere a causa del Decreto-Legge 112/08 del 25 giugno 2008 che sta infliggendo un corpo mortale alle nostre Università. Vi si stabilisce, tra l’altro, che per ogni cinque docenti che andranno in pensione verrà assunto un solo nuovo professore (con ovvie e rovinose conseguenze sulla didattica…) e la trasformazione degli Atenei in Fondazioni. (Per informarsi su questo tema, rinvio al sito dell’Andu: www.bur.it/sezioni/sez_andu.php )  La realtà è che la passione per la conoscenza che molti studenti nutrono è profondamente disprezzata dai soggetti e dalla mentalità che compongono l’attuale governo italiano. Già il precedente aveva commesso un crimine idiota stornando dei finanziamenti dalla formazione per porre fine allo sciopero dei camionisti…Quello che però sta attuando la Destra è lo smantellamento definitivo dell’Università e -alla lunga- anche della Scuola pubblica. Stanno rubando il futuro ai nostri ragazzi, a quanti desiderano un avvenire diverso dalle ore “di formazione” trascorse davanti alle televisioni del Padrone.

Ne ho parlato brevemente qui: www.girodivite.it/Salvare-la-Scuola-Superiore-di.html

Soprattutto vi chiedo di firmare una petizione redatta dagli allievi stessi della Scuola e che si può leggere e sottoscrivere a questo indirizzo: www.firmiamo.it/sign/list/sopravvivissc

Vi ringrazio,

Alberto G. Biuso

www.biuso.it

Capire Popper

Maggio 21st, 2008

Ancora una volta una richiesta d’aiuto:

devo sostenere un esame di filosofia della scienza dove devo portare i primi 6 capitoli di popper “logica della scoperta scientifica” e il testo di kuhn “struttura delle rivoluzioni scientifiche”, ma mi viene da piangere perchè non ci capisco veramente niente perchè presuppone una conoscenza di base del tema che al liceo non avevo fatto come arogmento, se non passo questo esame addio sogni!!!

Effettivamente a prima vista il linguaggio di Popper e di Kuhn può sembrare un po’ ostico, ma ad una lettura più attenta entrambi gli autori si rivelano abbastanza comprensibili.

Popper in particolare si rivela relativamente semplice, in qualche caso addirittura semplicistico.

Mentre per un discorso generale sui due autori rimando alle ottime pagine di Diego Fusaro nel suo sito www.filosofico.net (Popper e Kuhn), mi soffermo qui su alcuni aspetti del pensiero di Popper.

La prima cosa da fare accostandosi ad un autore è cercare di capire il problema a cui cerca di rispondere; se non si capisce la domanda non si capisce nemmeno la risposta.

Qual è il problema principale a cui Popper cerca di rispondere? E’ il problema della demarcazione, il problema cioè di stabilire un criterio che ci permetta di distinguere la scienza dalla “non scienza”, che cosa avesse stimolato il sorgere in lui di questo problema ce lo racconta egli stesso in una celebre pagina di Congetture e confutazioni.

Popper ritiene che la soluzione del problema possa consistere nella falsificabilità: “Secondo la mia proposta, ciò che caratterizza il metodo empirico è la maniera in cui esso espone alla falsificazione, in ogni modo concepibile, il sistema che si deve controllare.” La proposta di Popper nasce dalla constatazione di una asimmetria fra verificabilità e falsificabilità: per quanti milioni di cigni bianchi io possa esaminare, non potrò mai verificare definitivamente l’asserzione “Tutti i cigni sono bianchi”, mi basta invece constatare l’esistenza anche di un solo cigno che non sia bianco per falsificare la stessa asserzione (cfr qui).

Popper ritiene di aver trovato nella falsificabilità una sorta di clavis universalis che gli dovrebbe consentire di distinguere le autentiche teorie scientifiche da quelle pseudoscientifiche (tra queste Popper colloca anche la psicanalisi ed il marxismo), ma forse la sua soluzione è un po’ troppo semplicistica.

Intanto l’asimmetria fra verifica e falsificazione, riferita alle proposizioni esistenziali aperte (cioè le proposizioni che asseriscono l’esistenza di qualcosa senza determinazioni di tempo e di spazio, per esempio “esistono i pinguini” è una proposizione esistenziale aperta, mentre “qui, in questo momento c’è un pinguino” è una proposizione esistenziale chiusa) ha delle conseguenze abbastanza strane. Prendiamo come esempio “gli extraterrestri non esistono”, concettualmente è molto facile falsificare questa proposizione: basta esibire un extraterrestre; una teoria che preveda la non esistenza degli extraterrestri avrebbe dunque tutti i requisiti per essere considerata scientifica. Proviamo ora ad esaminare la proposizione opposta: “gli extraterrestri esistono”, come si può falsificare una proposizione del genere? Siccome l’universo è vastissimo, il fatto che non siano mai stati osservati da vicino non significa nulla: può darsi che se ne stiano ben nascosti oppure che non li abbiamo mai cercati nel posto giusto. Chiaramente una teoria che prevede l’esistenza degli extraterrestri, in quanto non falsificabile, non può essere considerata scientifica. Non è bizzarro che la stessa proposizione possa essere considerata scientifica se negativa e pseudoscientifica se positiva? Inoltre il risultato è logicamente lo stesso se invece di affermare o negare l’esistenza degli extraterrestri, affermiamo o neghiamo quella dei pinguini o dei gatti.
Non parliamo poi della pretesa di scartare completamente una teoria - che magari per il resto funziona benissimo - solo perché falsificata da qualche risultato sperimentale. La questione in realtà è molto più complessa, come aveva già fatto rilevare a suo tempo Pierre Duhem (La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura) “il fisico non può mai sottoporre al controllo della esperienza un’ipotesi isolata, ma soltanto tutto un insieme di ipotesi. Quando l’esperienza è in disaccordo con le sue previsioni, essa gli insegna che almeno una delle ipotesi costituenti l’insieme è inaccettabile e deve essere modificata, ma non gli indica quale dovrà essere cambiata”, tra le ipotesi non ci sono soltanto quelle teoriche, ma anche quelle che riguardano la corretta esecuzione dell’esperimento, dalla taratura degli strumenti di misura all’assenza di fenomeni che possono inquinare l’esperimento stesso.

Le difficoltà dell’epistemologia popperiana indussero i più acuti e brillanti fra i suoi allievi e collaboratori ad abbandonare il falsificazionismo e a cercare altre strade, la più significativa fu probabilmente la metodologia dei programmi di ricerca proposta da Imre Lakatos (si veda qui).

La rappresentanza politica

Maggio 12th, 2008

Il dott. Carlo Cerutti mi segnala un suo saggio sulla rappresentanza politica che ho trovato molto interessante.
Ecco come lo presenta lo stesso autore:

“Il lavoro tratta l’istituto moderno-occidentale della rappresentanza politica. I primi due capitoli tracciano un quadro sintetico delle principali caratteristiche dell’istituto e ne evidenziano i profili critici, suggerendo l’istituzione di un mandato costituzionale di rappresentanza politica, che metterebbe in concorrenza i partiti politici, oltre che sui programmi elettorali, anche sulle conseguenze della mancata realizzazione degli stessi, e, a tale fine e quanto all’ordinamento giuridico italiano, proponendo una riforma dell’articolo 67 della Costituzione. Il terzo capitolo è dedicato a una rapida scorsa delle conclusioni alle quali è pervenuta la dottrina sulla storia della rappresentanza politica vigente nelle democrazie moderne e occidentali”.
Il saggio si trova qui

Comprendere Heidegger

Marzo 28th, 2008

“Vorrei comprendere Martin Heidegger. Grazie”, così un messaggio lasciato nel libro degli ospiti del mio sito.
Potrei rispondere: “Anch’io!”, perché il pensiero di Heidegger è molto complesso e, formulato in un linguaggio che il filosofo si è coniato su misura, mette spesso in difficoltà anche gli addetti ai lavori.
Qualcuno pensa addirittura che non ci sia niente da capire: secondo Rudolf Carnap (”Superamento della metafisica attraverso l’analisi logica del linguaggio”) quello che Heidegger scrive in “Che cos’è la metafisica?” è semplicemente privo di senso.
Forse qualcosa da capire c’è e mi sembra che l’abbia colto il prof. Piero Carelli il quale ha dedicato ad Heidegger una delle sue lezioni dialogate ( http://lgxserver.uniba.it/lei/scuola/carelli/Heidegger.htm ).
Per cercare di avvicinarsi ad Heidegger si può partire da lì, vi si trova, esposta in linguaggio chiaro, una sintesi attendibile del pensiero del filosofo. Probabilmente per la maggior parte degli studenti liceali questo è più che sufficiente, chi desidera ulteriori informazioni può consultare l’articolo di Enrico Galavotti sul sito del prof. Donato Romano ( http://www.donatoromano.it/appunti/heidegger.htm ), possono servire anche le pagine che ad Heidegger ha dedicato Diego Fusaro (http://www.filosofico.net/heidegger.htm).

Se ci sono domande più specifiche potete lasciarle come commento a questo articolo.

Benvenuti nel blog! Cliccate qui per cominciare.

Marzo 28th, 2008

Visto che alcuni hanno usato il libro degli ospiti per chiedere informazioni, consigli, consulenze, mi è sembrato opportuno predisporre uno strumento più adatto a questo scopo.

Spero che il blog possa andare bene.
Se si dovesse rivelare inadeguato proverò con altri strumenti.
Intanto per iniziare chi ha domande può inserirle come commenti a questo messaggio.